Chiediamo o non chiediamo il Battesimo per nostro figlio?

I genitori, prima di porsi la domanda “chiediamo o non chiediamo il Battesimo per nostro figlio?”, dovrebbero porsi la domanda “abbiamo scelto, o intendiamo scegliere, Gesù Cristo come base della nostra vita? vogliamo che nostro figlio cresca nella fede in Gesù Cristo professata dalla Chiesa e come intendiamo trasmettergliela?”. Cosa, questa della scelta, che non è certamente favorita dalla mediocrità e dalla superficialità fortemente presenti nella nostra società ed anche nelle nostre comunità cristiane, che troppo spesso ci fanno vivere più di abitudini e di formalità che di contenuti e di fede. 

 

E sono proprio queste abitudini, supportate da più o meno vaghi sentimenti religiosi (che non vanno mai scambiati per la fede in Gesù Cristo risorto) che spesso portano a voler celebrare in Chiesa il proprio Matrimonio o a fare di tutto, perché il proprio figlio riceva il Battesimo o la Comunione o la Cresima, pur in assenza di una chiara scelta di fede in Gesù Cristo ed anche in mancanza della volontà di educare cristianamente il proprio figlio, che non significa semplicemente insegnare l’onestà o le preghiere della sera, che in questa fase sembrano smarrite pure queste.

Con certi atteggiamenti si rischia di rendere difficile la distinzione tra forma e sostanza, tra apparenza e realtà. Come facciamo, quando ci troviamo ad affrontare momenti di forte crisi personale, familiare o collettiva, senza avere solidi punti di riferimento, perché anche col nostro atteggiamento abbiamo contribuito a far perdere alle cose il loro vero senso? 

L’incontro con il Cristo risorto è capace di cambiare la vita se avviene nella concretezza e nella profondità di quello che lui è e di quello che noi siamo. Un incontro è vero e diviene significativo quando coinvolge tutte le dimensioni della persona, aspetto conoscitivo, corporeo, spirituale, affettivo/emozionale. Ed è tanto più significativo e coinvolgente quanto più viene realizzato da persone mature. La fede cristiana, pur coniugandosi con la semplicità, è incompatibile con l’infantilismo, perché è stimolo e sostegno anche al cammino di maturità umana. 

 

Può essere utile ricordare che “essere cristiani non è aderire a un’idea, ma a una persona. Mediante le celebrazioni liturgiche della Chiesa, il Signore Gesù, crocifisso e risorto, ci viene incontro personalmente in modo conforme alla nostra condizione storica” (Catechismo degli Adulti, 633). 

Occorre pure ricordare che il Battesimo “è il sacramento della fede e della conversione a Cristo, la porta di ingresso nella comunità cristiana” (n° 669) e che “i bambini vengono battezzati nella fede della Chiesa, professata dai genitori e dai padrini, che si fanno carico della loro educazione cristiana e si impegnano ad accompagnarli e sostenerli fino alla maturità, diventando per loro segno dell’amore di Dio, che ama per primo e dona gratuitamente” (Catechismo degli Adulti, 676). 

Domandare il Battesimo è fare una scelta di campo. Nel dialogo che precede il Battesimo, tre volte diciamo rinuncio e tre volte diciamo credo. Tre Si e tre No. NO al peccato, alle seduzioni del male e a Satana, “per vivere nella libertà dei figli di Dio”. SI a Dio Padre, a Gesù Cristo che è morto e risorto, allo Spirito Santo che anima la Chiesa e ci conduce alla risurrezione e alla pienezza di vita nell’eternità. 

 

Pur aperta e accogliente nei confronti di tutte le persone, al di là dalla loro fede e condizione, la chiesa non è, come la mentalità contemporanea sembra pensarla e la prassi quotidiana porta a viverla, un’agenzia di servizi, promotrice di varie attività assistenziali, sociali e di solidarietà; un’agenzia “distributrice” di sacramenti o parole di consolazione. La chiesa esiste per annunciare al mondo la Buona Notizia che Dio ama l’uomo e lo salva in Gesù Cristo. 

Il cristiano non è un semplice fruitore, un “consumatore”, uno che si avvicina alla Chiesa individualisticamente quando “ne sente il bisogno” e solo per quello che domanda, anche pretendendo, mentre la sua vita si svolge indipendentemente dal Vangelo ed il senso stesso della vita viene ricercato a prescindere da Gesù Cristo. 

Occorre prendere piena consapevolezza che i buoni sentimenti, da soli, non sono sufficienti. Così come la “buona fede” non è di per sé indice di “fede buona”.

Chi crede in Gesù Cristo è una persona che cerca di “appartenere a Lui”; una persona che, pur nella debolezza e precarietà dell’esistenza, cerca nella Parola di Dio la luce per la sua vita e cerca di vivere la celebrazione Eucaristica domenicale come fonte e culmine della propria vita cristiana. Chi crede in Gesù Cristo, anche quando compie errori o vive in modo contraddittorio e, qualche volta, anche come non vorrebbe, è una persona che sa umilmente riconoscere la propria realtà e affidarsi alla misericordia del Padre, nella consapevolezza che ciascuno è salvato proprio dal suo amore.

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