Schema Omelia Santa Maria a Scandicci 28 febbraio 2021

Seconda domenica di Quaresima Anno B: Gen 22,1-2.9.10-13.15-18 – Dal Sal 115 (116) – Rm 8,31b-34 – Mc 9,2-10

Gesù ha appena rimproverato Pietro, chiamandolo addirittura satana, per il suo atteggiamento di contrarietà di fronte all’annuncio che Gesù ha fatto della sua passione, morte e risurrezione.

Alla luce di questo, appaiono ancor più comprensibili le parole di Pietro di fronte all’esperienza della Signore che si “trasfigura” (cfr Mc 9,2-3): «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia» (Mc 9,5).

Fermarsi sul monte significa andare in direzione contraria al percorso annunciato da Gesù. È fare della fede un riparo, un rifugio separato dalla realtà dove, invece, si sperimenta solitudine, difficoltà, angoscia.

Ogni volta che l’uomo ha fatto una capanna sul monte, è diventato sempre più selettivo, prendendo le distanze con quanto avviene nella vita quotidiana: ci ha subito messo attorno le mura, le torri, i soldati di guardia…e poi una porta blindata, un sistema di allarme, che comunque non bastano mai a dare quella tranquillità sempre auspicata. Anzitutto perché l’uomo non è fatto per la tranquillità. Semmai per la serenità, che è ben altra cosa

La fede, non isola in una fortezza sicura, ma consegna a Dio la nostra vita, i nostri affetti, il nostro futuro e fa scorgere la luce nelle tenebre dei Getsemani di ogni tempo, quando anche noi, come i tre apostoli, siamo incapaci di stare accanto e di vegliare con Gesù e con le tante persone che soffrono, piangono e anche pregano.

La liturgia dopo aver presentato domenica scorsa la scelta di Gesù sul modo di essere Messia, oggi ricorda che anche i discepoli debbono fare la loro scelta misurandosi con il passaggio cruciale e decisivo della prova.

Abramo, nel momento della sua chiamata, ha già vissuto che seguire quanto chiesto dal Signore significa fare scelte e operare tagli. Lui, infatti, ha dato un taglio netto col passato, con le radici e gli affetti più cari.

Senza questo taglio, l’avventura della fede non può decollare. Come dimostra anche l’esperienza compiuta dagli apostoli, che lasciano le reti e la famiglia per seguire Gesù.

Seguire il Signore chiede completo e fiducioso abbandono a lui di tutta la propria vita. Questa è la fede.

La prova alla quale è ora sottoposto Abramo è più drammatica di quella iniziale, perché esige la rinuncia al futuro, accarezzato nel figlio della promessa (cfr Gen 22,1).

Si può immaginare il dramma che sconvolge l’anima di Abramo, anche se la sua risposta dimostra che non ha perso la fiducia in Dio, nonostante la durezza della richiesta.

L’esperienza di Abramo e quella dei discepoli ci dice che la fede si fonda sull’ascolto e non sulla visione, anche perché la visione si dissolve all’improvviso, come avviene sul monte della trasfigurazione.

Pietro – e con lui ciascuno di noi – deve imparare che le esperienze particolari che il Signore ci concede, non rappresentano un mutamento stabile della nostra condizione di discepoli in cammino, ma sono solo una pausa, una parentesi, che serve a dare forza e una direzione al cammino, non a bloccarlo.

La trasfigurazione è un’esperienza di luce che fa intravedere il compimento. Lo scopo è quello di preparare i discepoli a fronteggiare con coraggio il fallimento umano del loro Maestro.

Le soste sono necessarie perché rinfrancano il cuore, ma quando le luci si spengono, rimane soltanto Gesù con la sua parola, che continua a nutrire, rischiarare, sorreggere: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!» (Mc 9,7).

L’imperativo «ascoltatelo!» non è rivolto solo ai tre discepoli che erano sul monte della trasfigurazione, ma ai discepoli di tutti i tempi.

Occorre pertanto porsi la domanda: dove parla Gesù oggi, per poterlo ascoltare?

Gesù ci parla certamente attraverso le vicende degli uomini e della storia. E altrettanto certamente ci parla attraverso la nostra coscienza.

È però facile interpretare le cose del mondo e far dire alla nostra coscienza, quello che a noi piace.

La coscienza, ultimo giudice nel valutare e nell’agire, ha bisogno di essere formata, illuminata e sorretta. E le vicende della vita vanno sapute ascoltare anche attraverso un vero discernimento comunitario.

Soprattutto c’è allora bisogno di ascoltare Gesù che ci parla col suo Vangelo. Anzi, il Vangelo è la chiave interpretativa delle vicende della storia e di quanto emerge dalla nostra coscienza.

Come dice Paolo «la fede nasce dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo» (Rom 10,17). Solo ascoltando lui nasce e si consolida la fede e si cammina verso la pienezza.

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