Schema Omelia Primo novembre 2021

Solennità di tutti i Santi: Ap 7,2-4.9-14   Sal 23   1Gv 3,1-3   Mt 5,1-12

La solennità di Tutti i Santi è un’occasione preziosa per contemplare la santità come dono e come chiamata, nella concretezza della vita di tante nostre sorelle e di tanti nostri fratelli.

Riflettere sulla santità come dono fa evitare il rischio di pensarla come uno status da conquistare con le sole nostre forze umane, moltiplicando preghiere, sacrifici, opere buone.

In questa prospettiva, lontana dalla visione biblica della santità, è la persona che con il proprio impegno si “farebbe santa”, per avere così accesso al paradiso.

La santità biblica, invece, è intesa come partecipazione alla vita divina, resa possibile dallo Spirito Santo che abita in noi e che ci fa vivere già adesso, durante il pellegrinaggio terreno, in comunione con Dio Padre.

La santità è anche chiamata, vocazione. La risposta che ciascun cristiano è chiamato a dare nella fede è assunzione di responsabilità nei confronti dei fratelli e collaborazione all’opera di Dio per la salvezza del mondo.

È nella risposta al dono di Dio che entra in gioco il nostro attivo coinvolgimento e assume valore il nostro impegno, la nostra costanza, la nostra fedeltà e, quando richiesto dalla situazione, anche il nostro sacrificio.

Nel Battesimo tutti siamo resi figli nel Figlio Gesù e, come ai “salvati” di cui parla l’Apocalisse (cfr Ap. 9 7,3), ci viene impresso il «sigillo» che è l’impronta del suo amore, testimoniato attraverso la Croce.

Ognuno, però, è diverso dall’altro, nell’unica e irripetibile singolarità della propria personalità umana e del proprio carisma spirituale.

L’Apocalisse parla di «una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua» (Ap. 7,9), ma questa moltitudine non è una folla anonima senza un volto. Nessuno è anonimo per Colui che chiama ciascuno per nome (cfr Is 43,1; Gv 10,3).

Tutti siamo stati scelti dal Signore «per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità» (Ef 1,4). «Quello che conta è che ciascun credente discerna la propria strada e faccia emergere il meglio di sé, quanto di così personale Dio ha posto in lui (cfr 1 Cor 12,7) e non che si esaurisca cercando di imitare qualcosa che non è stato pensato per lui» (Gaudete et exultate, 11)

Avere impresso lo stesso sigillo ci dice l’uguaglianza nella dignità di figli, l’unità nella stessa fede e la condivisione di un cammino da percorrere insieme, testimoniando Cristo e il suo amore, affinché ogni persona possa incontrarlo, sentirsi amata da lui e amarlo.

La santità non va pensata in modo statico, come le statue che raffigurano i santi nelle nostre chiese, ma come movimento personale e di popolo che, in comunione con Cristo e mosso dallo Spirito, va verso la pienezza della comunione col Padre.

Le Beatitudini ci mostrano la via della santità percorsa da Gesù. Vivere le beatitudini è vivere Cristo: povero in spirito, mite, afflitto, affamato e assetato di giustizia, misericordioso, puro di cuore, operatore di pace, perseguitato a causa della giustizia.

André Chouraqui, scrittore e filosofo francese e israeliano, ebreo algerino, traducendo in francese il Nuovo Testamento, alla luce del Salmo 1 che evoca la rettitudine dell’uomo in cammino sulla via diritta che lo conduce a Dio, ha tradotto «beati» con en marche, ossia «in marcia», «andiamo», «incamminiamoci», «avanti», esprimendo l’inizio di un movimento.

Così interpretate, le beatitudini evangeliche divengono come un imperativo a mettersi incammino in Cristo e con Cristo, per condividere la sua missione su questa terra e partecipare con lui alla comunione del Padre.

I «beati» del Vangelo sono certamente persone serene, ma anche animate da santa inquietudine, perché spinte sulle strade del mondo dall’amore che Gesù ha messo nel loro cuore.

Beati, come anche la traduzione en marche di Chouraqui, è un’esclamazione al plurale: non si può essere beati e santi da soli.

Come ha insegnato il Concilio, Dio «volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse secondo la verità e lo servisse nella santità» (Lumen gentium, n. 9).

«Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!» (1Gv 3,1). È l’amore del Padre che ci rende figli. E in questo essere figli c’è tutta la nostra identità, la nostra vocazione, la nostra meta.

I Santi e i Beati che oggi veneriamo intercedano per noi e ci accompagnino nel nostro cammino verso la pienezza.

 

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