Schema Omelia Santa Maria a Scandicci 28 marzo 2021

Domenica delle Palme Anno B: Is 50,4-7 – Sal 21 (22) – Fil 2,6-11 – Mc 14,1 – 15,47

La domenica delle Palme ci fa proclamare Cristo come Re e Messia, come la gente di Gerusalemme, e ci introduce alla celebrazione del cuore della fede: la passione, morte e risurrezione del Signore

La Passione di Cristo, ci fa contemplare la sua donazione totale per la nostra salvezza, in un contesto d’incomprensione, di sofferenza e di abbandono, inteso come consegna fiduciosa al Padre e come tradimento, rinnegamento e fuga di coloro che avevano condiviso con lui momenti importanti e gli avevano promesso amicizia e fedeltà.

Quella della sofferenza è una scuola che la vita prima o poi ci fa frequentare.

La sofferenza è un momento di verità, per noi stessi, perché ci fa rileggere i nostri comportamenti e i nostri punti di riferimento. Ma è anche rivelativa degli altri, della verità delle relazioni che hanno con noi.

La nostra sofferenza ci aiuta a conoscere noi stessi e gli altri, così come la sofferenza degli altri ci aiuta a conoscere anche noi stessi.

Una persona dice molto di sé stesso, mentre sta davanti alla nostra sofferenza. Che può essere fisica, relazionale, sociale. O tutte queste cose insieme, come nel caso di Gesù, che è stato ignominiosamente accusato, deriso, flagellato e poi messo a morte.

Ci sono persone che ci abbandonano, lasciandoci soli, quando perdiamo il nostro ruolo. Salvo poi rifarsi vivi se riprendiamo vigore. Persone che si vergognano di noi, nonostante abbiano con noi condiviso momenti importanti, come nel caso di Pietro.  Persone che approfittano della nostra fragilità per dar sfogo ai loro istinti, come hanno fatto i soldati con Gesù.

Nella nostra sofferenza, però, incontriamo anche chi, come il Cireneo, viene coinvolto suo malgrado e chi rimane sotto la nostra croce, come hanno Maria, il discepolo amato e le altre donne

Un po’, come avviene oggi con tutti coloro che sono coinvolgi nella prevenzione e cura del virus.

La sofferenza, anche se nostra, non rimane chiusa dentro di noi, perché inevitabilmente contamina la vita degli altri.

 

Nella sofferenza anche la nostra fiducia in Dio è messa alla prova. Chi soffre si sente solo, perché si rende conto che nessuno può capire la sua sofferenza fino in fondo, anche perché la sofferenza è sempre personale, non è mai uguale alla sofferenza di un altro.

Anche Gesù ha certamente sperimentato la solitudine della sofferenza, una solitudine che domanda di consegnarci nelle braccia del Padre proprio nel momento in cui ci sentiamo abbandonati: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 1, 34).

Il capitolo 50 di Isaia ci parla di un servo che diventa discepolo e che impara da un maestro. Dio è il maestro che ogni mattina apre l’orecchio del discepolo e gli insegna a diventare servo, un percorso che passa appunto attraverso l’accoglienza della sofferenza nella propria vita.

Ma il Signore è un maestro che non lascia solo il discepolo, lo assiste, proprio perché conosce la debolezza del discepolo e sa che ha bisogno di essere accompagnato.

La lettera ai Filippesi ci ricorda anche che è Gesù il primo a farsi servo e a entrare nella scuola della sofferenza: assume la condizione di servo e si fa obbediente fino alla morte. La sofferenza non è un incidente di percorso, ma è quella occasione di grazia, mediante la quale possiamo crescere nella relazione con Dio.

Sulla croce Gesù porta a compimento quello che ha già anticipato nel Cenacolo, consegnandosi pienamente: “questo è il mio corpo”.

C’è una pietra che apparentemente sembra mettere la parola fine a questa storia.

Ma la sofferenza ha messo in moto un cammino, un fiume di amore che non si ferma. E nella notte di Pasqua quest’amore ci raggiunge, vincendo ogni solitudine e donando vita.

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