XIX Domenica Tempo Ordinario Anno B: 1 Re 19, 4-8; Sal.33; Ef 4, 30 – 5, 2; Gv 6, 41-51.
Continuando il discorso sul pane di vita, l’evangelista Giovanni si concentra sulla mormorazione: «I Giudei si misero a mormorare contro di lui» (Gv 6,41); «Non mormorate tra voi» (Gv 6,43).
La mormorazione è come un tarlo che corrode ogni vita comunitaria. È un chiacchierare ostile, che esprime disaccordo, riprovazione, malumore. E’ uno stile di vita per evitare di fare i conti con sé stessi
Anche quando la mormorazione è di carattere religioso, Dio sparisce dall’orizzonte con cui si pensa l’altro e si parla di lui. Il mormoratore religioso può correggersi pensando l’altro e sé stesso davanti a Dio nella preghiera.
Come testimonia l’intera Scrittura e la nostra esperienza comunitaria, la mormorazione si fa strisciante quando il proprio sentire e le proprie visioni di Dio e del mondo vengono messe al centro di tutto. Perfino prima di Gesù e del suo vangelo.
La mormorazione presentata dall’evangelista è l’atteggiamento di chi si rifiuta di credere, di chi, per rimanere chiuso nei suoi schemi, resiste alla fede (cf. Gv 6,41-42)
Chi mormora e fomenta la mormorazione, ai tempi di Gesù come ai nostri giorni, generalmente sono persone che appartengono allo zoccolo duro della religiosità tradizionale, incapaci anche solo di pensare che il volto di Dio può essere diverso da quello che loro immaginano.
L’azione dello Spirito, nella nostra vita personale e comunitaria, prima o poi ci provoca, obbligandoci a una scelta: rimanere nella propria chiusura e dare fiato alla mormorazione oppure consegnarsi incondizionatamente a quel Dio che in Gesù ci è venuto incontro e si è fatto cibo per noi.
Gesù, dicendo di essere il pane che discende dal cielo e identificando sé stesso col pane della vita, si pone in modo dirompente per ogni ragionamento umano e in aperto e totale conflitto con il pensiero giudaico, che, basandosi su vari brani della Scrittura, vede nella legge, la Torah, il pane disceso dal cielo, dato per la vita degli uomini. Per questo la Legge è intoccabile, sacra, e ad essa è necessario conformarsi.
Di fatto Gesù afferma che l’abisso fra l’uomo e Dio non si colma compiendo la legge, ma che è Dio Padre a colmare ogni distanza donando suo Figlio, che nell’incarnazione ha assunto tutta l’umanità rendendola partecipe della vita divina.
È naturale che persone come i Giudei, formate religiosamente su pilastri considerati immutabili, esprimano netta contrarietà di fronte alle sconvolgenti parole dette da Gesù. E gli si oppongono richiamando la sua origine umana: «Ma costui non è Gesù, il figlio di Giuseppe, di cui conosciamo il padre e la madre?» (Gv 6,42).
Le persone formate a seguire regole precise e pratiche religiose basate su atteggiamenti e devozioni appaganti, perché rispondenti al proprio sentire anche psicologico, trovano maggiori ostacoli ad aprirsi a Gesù, che viene a sconvolgere mentalità, credenze e abitudini e a superare norme e leggi con la legge dell’amore e la vita di relazione.
Gesù viene da Dio: lo ha visto e lo rivela nell’ambito di una relazione d’amore. Il Padre ci attrae a Cristo (cfr Gv 6,44), proprio per farci vivere questa relazione d’amore.
Il termine attirare, attrarre, appartiene al mondo dell’amore. E l’evangelista Giovanni lo usa anche per indicare il momento più alto della donazione d’amore: «Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32).
«E tutti saranno istruiti da Dio. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me» (Gv 6,45). Si va a Cristo perché attirati dal Padre e perché ci si lascia ci si lascia istruire da Dio, aperti al cambiamento.
Chi si pensa cristiano e non si nutre di Cristo, pane di vita, rimane nell’ambito di un culto incapace di entrare nella comunione d’amore di Dio; incapace di partecipare alla relazione del Padre con il Figlio e del Figlio con noi.
Rimane nell’abito di un culto sterile anche chi si accosta al corpo di Cristo in modo formale, ripetitivo e stanco; anche chi riceve il corpo di Cristo con spirito eccessivamente devozionale: anche chi moltiplica il numero delle comunioni giornaliere, come erroneamente fanno alcuni, pensando così di avere più vicino il Signore.
Quando manca un reale incontro con Cristo, mancano pure la disponibilità a un vero cammino di conversione e le condizioni necessarie per nutrirsi del suo corpo, pane di vita eterna donato da Dio.
Elia, che pure aveva combattuto per la purezza della fede e per liberare il popolo da baal (=padrone), si sarebbe lasciato morire sotto una ginestra, se fosse rimasto chiuso nella sua paura per la persecuzione dalla regina Gezabele e avesse guardato solo a sé stesso perseverando nella fuga dalle responsabilità ne nei confronti del popolo.
Accettando la nuova possibilità offertagli da Dio, Elia si nutre del cibo che Dio gli ha inviato e riprende il cammino con vigore fino al monte, dove incontrando Dio nel «sussurro di una brezza leggera» (1Re 19,12) vede la vita e la storia da una prospettiva diversa da quella che aveva.
L’eucarestia è nutrimento di vita. Chiede e sostiene il necessario cambiamento personale e comunitario: ci trasforma in testimoni autentici e responsabili; ci rende pane di giustizia e di amore; ci fa camminare «nella carità» (Ef 5,2).