Omelia Badia Fiorentina 22 giugno 2022

Mercoledì dodicesima tempo ordinario pari: 2Re 22,8-13;23,1-3   Sal 118   Mt 7,15-20

Nel disfacimento del tempio, che richiede urgenti lavori di restauro per non cadere in rovina, vi è una concreta immagine del profondo degrado, spirituale e morale, nel quale è scivolato Israele.

Questo degrado, che snatura la vocazione originaria di essere segno della presenza e dell’amore di Dio, viene bene espresso dal ritrovamento del libro della Legge, che avrebbe dovuto segnare quotidianamente il cammino dell’intero popolo e che invece era stato smarrito.

Si impone un’opera di restauro che va ben oltre le mura fisiche del tempio: vanno rinnovati l’ascolto e l’adesione amorosa alla Parola di Dio, va risintonizzato il tempio del cuore e va rinvigorita l’alleanza col Signore, sul piano personale e su quello comunitario.

Situazioni come quella descritta dalla prima lettura, si ripropongono ogni volta che il nostro rapporto col Signore si affievolisce, l’essenzialità della sua parola viene meno, l’eucaristia perde la sua centralità.

La mancanza di chiarezza di orizzonte, come avviene in ogni svolta epocale come quella che stiamo vivendo, rende forte il rischio di cadere nella tentazione di rifugiarsi nel presente conosciuto, anche se incerto, facendo così gradualmente smarrire l’ancoraggio ai punti di riferimento e di forza che reggono e accompagnano nel cammino la vita personale sociale.

«Ogni albero buono produce frutti buoni» (Mt 7, 17). Questa affermazione, può anche significare che la bontà dell’albero è data dalla sua fedeltà alla chiamata, dal continuare a nutrirsi dalle vere radici, dalla sua perseveranza anche in un momento che potremmo chiamare di siccità.

Quando ci troviamo a vivere in una fase di profondo cambiamento, come quella attuale, anche se non si fanno frutti cattivi, sono certamente maggiori i rischi di inaridirsi e di smettere di dare buoni frutti, incorrendo nella sentenza di Gesù: «Ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco» (Mt 7,20).

In un periodo di grandi difficoltà occorre mantenere una forte attenzione, per non pervertire sé stessi e per non diventare preda dei falsi profeti, di «lupi rapaci» che si presentano in «veste di pecore» (cfr Mt 7,15).

L’accostamento dell’immagine della pecora con quella del lupo, mi pare che tenda a sottolineare la scaltrezza, oltre che la falsità.

Il male non si esprime necessariamente mediante azioni aggressive. Più spesso, il male si presenta con parole apparentemente pacate e suadenti, ma che disegnano un volto deformato della persona e di Dio. Basta pensare alle parole che il serpente rivolge alla prima donna, nel giardino di Eden.

Avere veste di pecora è cosa ben diversa dall’avere l’odore delle pecore. La sola veste può servire a camuffarsi. L’odore dice che si cammina insieme, che si condivide la stessa vita.

Per essere responsabili e vigilanti nel discernimento, Gesù offre ai discepoli anche una regola chiara: «Dai loro frutti li riconoscerete» (7,16). Non solo dalle apparenze e dalle primizie, che possono anche ingannare, ma dai frutti che si producono nel tempo, effetto dei riferimenti reali e delle scelte concretamente effettuate.

Sono proprio i riferimenti e le scelte a produrre frutti buoni o cattivi e sono anche il terreno su cui giocare la nostra capacità di cogliere il bene reale, non quello apparente; il terreno per distinguere la volontà di Dio dalla nostra.

Saremo sempre costretti a misurarci con una certa dose di incoerenza tra il dire e il fare: è cosa umana, non cosa specifica dei falsi profeti.

Si diviene falsi profeti, però, quando l’incoerenza diventa sistema di vita, invece che luogo di conversione; quando anziché lasciarsi provocare dal vangelo, usiamo o manipoliamo il vangelo.

Saremo veri profeti non solo se diciamo cose vere, ma se ogni mattina chiamiamo noi stessi alla conversione; se le verità che annunciamo provocano prima di tutto noi stessi a un costante cammino di conversione.

Daremo sempre buoni frutti se coltiviamo l’albero nella verità; se viviamo consapevolmente e con gratitudine il nostro essere tralci di quella vite che è Cristo.

Se rimaniamo radicati in Cristo,  l’albero che noi siamo darà sempre frutti per il bene della chiesa e del mondo.

Radicati in Cristo, nonostante noi, l’albero che noi siamo potrà sempre dare buoni frutti, per il bene della chiesa e del mondo.

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