Omelia Domenica 13 agosto 2023

  • Diciannovesima domenica tempo ordinario – anno A: 1Re 19,9.11-13   Sal 84   Rm 9,1-5   Mt 14,22-33

Più o meno consciamente, prima o poi ogni persona si pone domande che riguardano l’intimità profonda di sé stessa e il senso del proprio essere nel mondo.

Spesso, però, nel porsi queste domande commettiamo un errore di prospettiva. Le grandi domande dell’esistenza, che hanno a che fare con il mistero, la nostra soggettiva e rientrano nell’ambito del perché, vengono affrontate con gli stessi criteri con cui si affrontano le questioni specifiche, anche se complesse, le cui risposte riguardano l’ambito del come.

Per esorcizzare il fatto che su questioni come la vita e la morte, l’amicizia e l’amore, le risposte non possono che essere sempre e solo parziali e provvisorie, ci siamo costruiti un muro di false sicurezze, di soluzioni pronte e di slogan suadenti.

Trascurando il fatto che quando si tratta di affrontare l’ambito del mistero e dell’ignoto anche la persona più colta brancola nel buio, ci affidiamo ai cosiddetti esperti, che si presentano ostentando una sicurezza impossibile, per raccogliere consensi e far dimenticare la fragilità della nostra e della loro esistenza.

La parola di Dio, anche in questo, è controcorrente. Come appare chiaramente nella liturgia di oggi, la credibilità di chi annuncia Dio e la sua parola non si fonda sulla loro apparente solidità, ma proprio sulla loro fragilità

Le letture ascoltate, infatti, mettono in evidenza stati emotivi intensi e contraddittori: il dramma del profeta Elia che, fuggito dopo aver sterminato i sacerdoti idolatri, vorrebbe abbandonarsi alla morte; il grande dolore di Paolo, per il rifiuto del vangelo da parte dei suoi fratelli israeliti; la paura dei discepoli, che si sentono abbandonati nella tempesta e che non riescono a riconoscere il loro maestro.

In un contesto come quello attuale, appare assai difficile che qualcuno guardi a personaggi come Elia, Paolo e Pietro per trovare una luce alle proprie questioni esistenziali, giacché, per non fare i conti con le proprie fragilità, si cercano persone fintamente forti e siamo inclini a non perdonare nessuna debolezza.

Alle crisi esistenziali e di fede, la parola di Dio non risponde dando sicurezze e consolazioni umane, ma apre alla possibilità di un incontro e di un riconoscimento: proprio mentre viene sperimentata la propria fragilità, si apre lo spazio per accogliere la presenza di Dio che si rivela e rivelandosi salva.

La prima lettura, incentrata sulla figura di Elia, ci mostra come il profeta incontra Dio in un momento di fragilità, mentre si trova rifugiato in una caverna per trascorrervi la notte.

A differenza di quanto possa suggerire la nostra immaginazione, Elia non incontra il Signore nelle manifestazioni forti ed eclatanti, come il «vento impetuoso e gagliardo» o il «terremoto» o il «fuoco», ma nel «sussurro di una brezza leggera» (Cfr 1 Re 19,11-13).

La fede non si esprime nello sforzo di voler sembrare grandi agli occhi di Dio, ma nell’umiltà, tenendo gli occhi su di lui. È nell’incontro che avviene dopo una tumultuosa navigazione e con molti dubbi che nasce la professione della fede: «Davvero tu sei Figlio di Dio!» (Mt 14,33b).

Mentre ogni questione esistenziale è legata alla domanda “chi sono io?”, la questione della fede è legata all’identità di Gesù Cristo: Chi è Gesù?

Le risposte a entrambe le domande fanno parte dell’ambito del mistero di Dio, ma anche di quello dell’essere umano, perché ciascuno è mistero a sé stesso. Non coinvolgono solo l’ambito della conoscenza intellettuale, ma anche quello della conoscenza che deriva dall’esperienza e dalla fede

In barca e col vento contrario, quel che i discepoli conoscono di Gesù si dimostra insufficiente anche per riconoscerlo mentre cammina sulle acque: «È un fantasma!» (Mt 14,26).

Dopo che Gesù si è fatto riconoscere dai discepoli: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!» (Mt 14,27), Pietro gli chiede di poter camminare sulle acque e, sulla sua parola, «scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù» (Mt 14,29).

La potenza del vento, però, spaventa così tanto Pietro che, per lui, diventa più vera di Gesù, della sua parola e del fatto stesso che sta camminando sulle acque. Gesù, ascoltando il disperato grido di Pietro che sta affondando, «tese la mano, lo afferrò e gli disse: “uomo di poca fede, perché hai dubitato?”» (Mt 14,31).

L’esperienza di Pietro è chiara: pur con dubbi, paure ed infedeltà, sulla parola di Cristo siamo chiamati a buttarci nel mare della vita. Se cadiamo, sarà lui ad allungare la sua mano verso di noi per rimetterci in piedi.

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