Schema Omelia Santa Maria a Scandicci 14 marzo 2021

Quarta domenica di Quaresima Anno B: 2Cr 36,14-16.19-23 – Dal Sal 136 (137) – Ef 2,4-10 – Gv 3,14-21

Non è sempre facile e immediato accogliere i passaggi e i cambiamenti che la vita ci chiede, anche se naturali come il passaggio dalla fanciullezza all’età giovanile, o cercati, come un matrimonio o un cambio di lavoro.

Non sono facili soprattutto quando passaggi e trasformazioni sono imposti da altri o dalle situazioni e ci portano a lasciare quello che stavamo facendo, a rinunciare ai progetti, ai desideri e persino a delle relazioni.

L’esperienza dell’esilio è rimasta impressa nella storia del popolo d’Israele ed è diventata il segno di quello che può accadere nella vita di un popolo e di ogni singola persona, proprio perché con l’esilio Israele ha dovuto smettere di costruire quello che stava costruendo ed è stato costretto a cambiare stile di vita e abitudini.

Ricominciare è sempre difficile, soprattutto quando ti ritrovi in un contesto nuovo e ostile o, come al ritorno dall’esilio, davanti alle macerie di una città per lungo tempo lasciata deserta.

Possiamo considerarci in esilio quando ci troviamo ad abitare una realtà che non è nostra, quando siamo costretti a vivere una vita che non ci appartiene, nella quale non ci ritroviamo.

L’esilio più pericoloso è sicuramente quello che sperimentiamo quando abitiamo situazioni di morte, quando ci sentiamo traditi e sconfitti, quando avvertiamo di essere vittima di un giudizio nel quale non ci riconosciamo.

Anche se il Signore, come avvenuto a Israele a Babilonia, si fa conoscere e si rende presente nel nostro esilio, cerchiamo il riscatto, la possibilità di uscirne fuori.

Anche Nicodemo, come leggiamo nel capitolo 3 del Vangelo di Giovanni, si trova in un passaggio importante della vita.

Sta inseguendo le proprie domande. È animato dal dubbio e dalla curiosità. Forse, il modo in cui stava vivendo la sua fede non rispondeva più alle esigenze del suo cuore.

Anche per lui si profila un cambiamento che Gesù descrive con l’immagine del passaggio dalle tenebre alla luce, dal dubbio alla verità, dalla paura alla vita.

Nicodemo è un personaggio noto, un capo dei Giudei, un fariseo, e forse va da Gesù di notte per non essere visto. Oppure, quella notte a cui fa riferimento l’evangelista, indica il buio che c’è nel suo cuore.

E Gesù propone il cammino che ci porta nella luce, nella verità di noi stessi.

Chi è nelle tenebre è in esilio da sé stesso, non riesce ad abitare la propria vita; è schiavo delle paure e dei pregiudizi.

Gesù richiama anche l’esperienza del cammino nel deserto, durante il quale Israele si lascia prendere dalle sue paure.

Paure comprensibili, ma che piano piano guadagnano sempre più spazio nel cuore delle persone, tanto che queste paure si materializzano, prendendo la forma di serpenti velenosi che avvelenano gli israeliti.

Per non lasciarci avvelenare dalle nostre paure, Gesù suggerisce di fare come gli Israeliti nel deserto: per non morire occorre guardare il serpente di rame innalzato da Mosè su un’asta. La guarigione è possibile solo guardando in faccia l’oggetto della nostra paura.

Attraverso questa immagine, Gesù vuole aiutare Nicodemo a capire che, adesso, la liberazione dalla paura passa attraverso il figlio dell’uomo innalzato sulla croce: è a lui che dobbiamo guardare per risorgere dalle nostre situazioni di morte.

I maestri dello spirito hanno sempre stretto nell’alternativa: coraggio o viltà, coerenza o incoerenza, resistenza o debolezza, perfezione o errore.

Gesù mostra una terza via: il rispetto che abbraccia l’imperfezione, la fiducia che accoglie la fragilità e la trasforma.

La terza via di Gesù è credere nel cammino dell’uomo più che nel traguardo, puntare sulla verità umile del primo passo più che sul raggiungimento della meta lontana.

In quel dialogo notturno Gesù comunica quello che conta, l’essenziale della fede: Dio ha tanto amato il mondo… E in questo amore la luce vince sulle tenebre, la vita sulla morte e lo Spirito a farci rinascere.

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