Schema Omelia domenica 9 luglio 2023

Quattordicesima domenica Tempo Ordinario anno A: Zc 9,9-10   Sal 144   Rm 8,9.11-13   Mt 11,25-30

La prima lettura di questa domenica, tratta dal libro del profeta Zaccaria, ci presenta l’invito alla gioia per l’ingresso del re nella sua città, Gerusalemme, di un re giusto e che porta la pace secondo la volontà di Dio.

Nel vangelo troviamo ancora l’esultanza, ma questa volta è espressa da Gesù pregando il Padre. Questa preghiera, con la quale Gesù si dichiara come il destinatario di ogni dono del Padre e colui che può farlo conoscere, si colloca in un clima di incomprensione e tensione.

Poco prima, infatti, l’evangelista ha narrato i dubbi di Giovanni il Battista sull’identità e la missione di Gesù; il rifiuto da parte di molti sia di Giovanni che di Gesù; la dura condanna di Gesù nei confronti delle città di Corazin, Betsaida e Cafarnao i cui abitanti, nonostante i numerosi miracoli in esse compiuti, non avevano creduto in lui.

In questo contesto di tensione, Gesù innalza una preghiera di lode e di ringraziamento al Padre, perché ha «nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25).

Gesù prega non con pensieri astratti, ma parte dal concreto della sua esperienza: riconosce, con amarezza, che la sua parola, e quindi la sua persona, è stata rifiutata dagli scribi e dai dottori della legge e, con gioia, ringrazia per l’accoglienza ricevuta dalle persone povere, semplici e prive di qualsiasi influenza politica ed economica.

Nelle poche righe che abbiamo ascoltato, per ben cinque volte Gesù si rivolge a Dio chiamandolo Padre e afferma che solo il Padre lo conosce veramente e che solo lui conosce il Padre.

La vera sapienza di cui si arricchiscono tutti coloro che si mettono alla scuola di Gesù, deriva dalla consapevolezza che quel che conosciamo di Dio e della sua vita intima è solo quello che Gesù ci ha rivelato e che la fede in lui è esistenzialmente trasformante.

L’aver smarrito quello che significa e produce credere in Gesù Cristo, sul piano personale e comunitario, non ha solo tolto sapore al cristianesimo e contribuito a svuotare le nostre chiese, ma ha portato alcuni a chiudersi nella presunta scientificità delle loro conoscenze e altri a rifugiarsi in una sottocultura che assomiglia a una grande fiera delle emozioni.

Per accogliere Gesù non basta conoscere bene le Scritture o essere buoni devoti: è necessario non cedere alla tentazione di “sistemarci, di trasformare in prigione le idee che abbiamo e l’esperienza che stiamo vivendo.

Papa Francesco, nella sua esortazione apostolica Evangelii gaudium, guardando alla fede delle presone semplici, sottolinea il valore della pietà popolare, come «autentica espressione dell’azione missionaria spontanea del Popolo di Dio.» (E.G, 122). Infatti, «Nella pietà popolare si può cogliere la modalità in cui la fede ricevuta si è incarnata in una cultura e continua a trasmettersi» (E.G, 123).

La pietà popolare, vera «spiritualità incarnata nella cultura dei semplici» (E.G, 123), è espressione di una fede che sottolinea l’affidamento e la fiducia in Dio, spesso collegata a una situazione di povertà, di sofferenza, di difficoltà.

È certamente necessario guardarsi dalla pericolosità di un cristianesimo elitario, tutto intellettuale, ma, come dice papa Francesco, occorre guardarsi anche da «un certo cristianesimo fatto di devozioni, proprio di un modo individuale e sentimentale di vivere la fede, che in realtà non corrisponde ad un’autentica “pietà popolare”» (E.G, 70).

È proprio praticando questo “cristianesimo” individualista, sentimentalista e, spesso, superstizioso, che molti sembrano aver smarrito l’essenza della fede e la dimensione comunitaria del cristianesimo.

Contro il rischio della privatizzazione e spiritualizzazione della fede, molte espressioni della pietà popolare sono caratterizzate dalla dimensione relazionale ed ecclesiale, che esige anche il pronunciare le stesse parole, il compiere gli stessi gesti e l’assumere gli stessi atteggiamenti durante le celebrazioni comunitarie.

Tutti siamo peccatori e bisognosi: sapienti e analfabeti; dotti e piccoli, giovani e anziani. E a tutti Gesù dice: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28)

La via del ristoro e della liberazione è quella della relazione con Cristo. Una relazione che non soffoca e non opprime, ma che reca gioia, infonde dolcezza, fa conoscere la paternità di Dio e la vera fraternità umana.

Nonostante le buone opere che compiamo e le nostre costanti devozioni, se non sappiamo con umiltà camminare insieme agli altri, significa che siamo ancora «sotto il dominio della carne», anziché «dello Spirito» (Rm 8,9). Chiudersi nelle nostre convinzioni, infatti, è un meccanismo di sopravvivenza tutto terreno, che niente ha a che fare con la fedeltà a Cristo.

Se ci chiudiamo nella pretesa della giustezza delle nostre idee non riusciremo ad aprirci alla novità di Dio. E, allora, si sia dotti o piccoli, saremo come i sapienti di cui parla il vangelo e Gesù non potrà rendere grazie al Padre per noi.

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